Solo ora tolgo le scarpe dalla borsa in cui le ho riposte domenica pomeriggio. E nemmeno per correre, visto che stanotte ho tremato sotto le coperte in preda alla febbre ed ora me ne sto chiuso in casa con le mani fredde ed i brividi lungo la schiena. Febbre o no, oggi non avrei comunque corso perché i quadricipiti sono ancora lievemente indolenziti. La scarpa destra ha ancora i lacci sciolti fino quasi al primo incrocio, memore del chip con il logo BMW che è stato lì ospite per una notte e mezza giornata.
I ricordi sono ancora colorati di sensazioni, suoni e odori, insomma vivi, a testimoniare che ciò che ho vissuto è stato intenso, ma non per forza reale. Ci sono dei buchi nella mia memoria della gara di domenica. Lo dico pur consapevole del rischio di essere giudicato un vecchio smemorato. Per tre ore ho vissuto totalmente assorbito nel presente e la massima proiezione temporale di cui sono stato capace non andava oltre l'orario presunto di arrivo. E' stato come correre al buio con una pila frontale potente ma puntata verso il basso ad illuminare la strada per 3 metri: perfetta conoscenza degli elementi che in quel momento contano, totale estraneità ed indifferenza per tutto il resto. Pertanto restano soprattutto emozioni più che "avvenimenti" da raccontare ed anche quei pochi sono separati da zone oscure che, per quel che ne so, potrebbero essere stati vissuti da qualcun altro.
Sfioro il corpo caldo dei maratoneti che mi stanno accanto e davanti e dietro. Sto un po' meglio di prima. La temperatura non è male, saranno 14-15 gradi, ma c'è un vento fastidioso che ha reso penosa la prima parte dell'attesa in gabbia. Forse mi sono vestito troppo poco ed ho paura che avrò freddo. Lo speaker cerca di scaldare la folla ma i tedeschi sono come il vento che soffia da destra. Sessanta secondi dopo lo sparo transito sotto l'arco dello start. E' cominciata la mia ottava maratona.
Noi runner non (ancora) evoluti soffriamo di due sindromi: la sindrome RT e la sindrome del primo chilometro. La sindrome RT è caratterizzata dalla focalizzazione ossessiva delle nostre ambizioni sul real time, quasi che dichiarare quaranta secondi in più su una gara di oltre tre ore costituisca motivo di vergogna.
La sindrome del primo chilometro è definita dai seguenti tre criteri:
- ansia per ogni rallentamento che si possa verificare nei primi 1000 metri.
- terrore che al passaggio al km 1 le cifre del cronometro segnino anche 1'' in più del tempo deciso a tavolino ottenuto dall'integrazione di informazioni quali: velocità media dell'ultimo lunghissimo, peso corporeo dopo aver fatto pipì e cacca, temperatura, umidità e velocità del vento, pendenza della strada (calcolata al terzo decimale)
- attenzione eccessiva verso ogni minimo segnale proveniente da: piedi, gambe, vescica, retto (ecco, lo sapevo che dovevo fare pipì attraverso le transenne, sono 15 minuti che non la faccio ed ho già la vescica come un zampogna. Oppure: Maledizione, sapevo che ieri sera non dovevo mangiare la foglia di basilico che c'era nella pasta. Troppo fibre mi fanno sempre questo effetto).
Alla paletta del chilometro 1 passo in 4'25''. Il più è fatto.
BIP. Guardo il cronometro dopo 4 chilometri. 21'36''. Sul dorso della mano sinistra ho riportato dei numeri. Il primo è 22'. Sono in anticipo. Ok, adesso rilassati e rallenta un filo.
BIP. 21'38''. Un minuto avanti rispetto al preventivo. Ok, adesso rilassati e pensa alle gambe. Come stanno? Dunque, il lunghissimo di 36 km l'ho fatto a 4'29'' di media e l'ho finito cotto. Sono quasi 10'' più veloce e sto bene. Questo passo mi viene automatico. Che si fa? Rallento un po', dai.
BIP. 21'45''. Niente, non mi schiodo da quel ritmo. Per le mie gambe è una musica che si rifiutano di ignorare.
BIP. 21'39''. Potrei andare avanti così in eterno.
Passo alla mezza in 1.31.25''.
Le cose sono due: a) ho esagerato e me ne pentirò. b) sarà una gran giornata.
Mi viene una bella idea: per non rischiare, accorcio la maratona. Diciamo che la maratona finisce al km 35. Se arrivo vivo fino a lì poi posso permettermi di rallentare anche di 20'' al km (in fondo 4'40'' al km li so gestire bene anche se sono in difficoltà) e siccome 7x20 fa 140 e aggiungendo 2 minuti e 20 a 3 ore e 3 fa comunque un tempone, metto l'arco dell'arrivo al km 35 e tanti saluti. Alleggerito di 7 km mi faccio portare dal vento e passo al 25° con un parziale che mi pare regolare (21'28'' a posteriori), anche grazie ad un lungo rettilineo con vento a favore.
Le gambe non sono più quelle del primo chilometro ma nemmeno la paletta è quella del km 1. La nota positiva è che ha smesso di piovere (non mi si chieda quando è cominciato).
Al chilometro 30 passo in 2.10 contro una previsione di 2.12. Tra 2 km comincia la parte oscura della gara, quella in cui ogni passo potrebbe essere l'ultimo compiuto in stato di benessere. Ma a me mancano 5 km, 22 minuti, un giro di lago, niente.
Niente come i ricordi di quel tratto. Potrei anche non averli corsi. Gli unici momenti di coscienza sono quelli in cui la strada cambia pendenza e richiede un lieve cambio di assetto di corsa. Quando abbiamo riattraversato il Meno? Che aspetto ha la zona in cui era posizionato il tappeto dei 35 km? Passo in 21'41'' e mi pare un buon parziale se non altro perché simile ai precedenti. Non ha nessun senso mettersi a fare conti adesso ma se è vero che mantengo ancora circa 2 minuti di vantaggio sul me stesso virtuale allora posso sperare di scendere sotto le 3 ore e 5', a spanne.
Non resta che correre.
Mancano ancora 2 + 5 km, che ovviamente sono meno di 7, almeno nella mia testa. Testa che recupera un minimo di lucidità verso il 37° km, quando, ad un rapido check, perviene alla centralina il messaggio che le estremità inferiori fanno male e che il ventre mediale del polpaccio destro ha qualcosa da ridire.
In un punto a me sconosciuto del tracciato cominciamo ad incrociare gruppi di maratoneti a densità minore rispetto a quello in cui viaggio io, segno che si tratta di gente forte. Ma quanto forte? Sono davanti o dietro i palloncini delle 2 ore e 59 minuti? Certo, alcuni hanno un passo più efficiente del mio, ma non sembrano sviluppare gran velocità. Allungo il collo per scorgere Pier ma il percorso curva e ci addentriamo in zone in cui la strada è riservata ad un unico senso di marcia. Quando anch'io giungo dall'altra parte sono passati ormai molti minuti e mi rendo conto del perché la velocità dei veloci non sembrava velocità da veloci: violente raffiche di vento spazzano la sede stradale frenando il passo e rendendo a tratti precario l'equilibrio. Affiora alla mente il Vento di Venezia un anno fa e la facilità con cui avevo affrontato la bufera del ponte della libertà e del ponte di zattere. Oggi non mi è così facile mantenere l'andatura.
Il BIP del km 40 mi regala un 21'52'', più lento degli altri ma più veloce del previsto. Ma questo lo dico adesso perché in quel momento ho solo registrato di essere a 2 ore 53' e 30'' di corsa. A questo punto i conti sono facili. 2195 metri vanno in 10' e quindi posso contare di stare sotto le 3 ore e 4'. Detto questo nulla è cambiato. Vento ce n'è, spingere al massimo spingo, le gambe continuano a fare male ed il polpaccio destro è lì che, nervoso, si fa un po' di elettrostimolazione autonoma, specie nelle curve a sinistra.
Se in maratona arrivi decentemente al km 40 quel numero ti conferisce la forza di credere che nulla ti possa ammazzare. Anche nelle maratone più sperdute negli ultimi 2 km c'è il pubblico che ti incoraggia e questo aiuta. Non mi sono mai sentito un super uomo a correre la maratona. Anzi, a vedere quanti mi arrivano davanti sono sempre costretto a ridimensionare l'immagine che ho di me come podista.
Solo dopo l'arrivo mi rendo conto di quanta ruggine la sofferenza della maratona abbia grattato via dal mio animo e solo lì, dopo la riga bianca sul tappeto blu, avverto la leggerezza di un corpo ed un cuore completamente svuotati.
Ai 42.100 mi aspetta Laura. Ne riconosco la voce all'ultimo momento. C'è sempre stata, sia durante la preparazione sia durante la gara. Rispetta e sopporta le mie lamentele sui tempi e sulle gambe, le mie fisse sull'andare a letto presto e le sveglie ad orari da turno in fabbrica. Preparare una maratona non è faticoso solo per chi la correrà. Ci vuole tanto amore. Ed io ce l'ho.
Questa maratona è dedicata a lei.
3 ore 03' 25'' secondo l'organizzazione, 3 ore 03' 23'' secondo il mio crono, un numero che io preferisco di gran lunga, non solo perché ho la sindrome RT, ma anche perché è un tempo esattamente di 1 ora superiore al record del mondo stabilito a Berlino poche settimane fa. Come dire: kenioti, vi seguo a ruota!
A proposito dei miei amori
«Amo correre, è una cosa che puoi fare contando sulle tue sole forze. Sui tuoi piedi e sul coraggio dei tuoi polmoni.»
Jesse Owens
Jesse Owens
giovedì 31 ottobre 2013
lunedì 28 ottobre 2013
Maratona di Francoforte 2013
Si è chiuso ieri un ciclo cominciato 9 mesi fa, che ha compreso 6 settimane di stop per due infortuni e 14 settimane di allenamenti tra le 5.15 e le 7 del mattino. 14 settimane in cui non ho integrato la mia alimentazione con nulla, così come in gara non ho assunto altro che acqua ed un po' di te. Nessuna pippa dietetica nell'ultima settimana che non fosse evitare gli alcolici. In gara ho usato il crono solo per avere memoria futura dei passaggi e non per modulare l'andatura, bippando ogni 5k e dando una fugace occhiata ai numeri. I miei tempi di passaggio li avevo scritti sul dorso della mano sinistra. Dal km 37 in poi c'eravamo solo io ed il mal di gambe ma era dolore, non era stare male, che sono due cose diverse. Quel dolore fisico mi ha purificato da 8 mesi di difficoltà e lontananza dalla mia famiglia, dai cani randagi, dagli scarichi dei diesel, dalla polvere e dalle pozzanghere di Tirana, dalla voce rozza di chi pretende i numeri sul lavoro. In gara ho pensato solo alla gara, non credo mi sia mai passato altro per la testa. Un pianto nervoso al traguardo ha cancellato tutta la fatica e liberato in cuore, finalmente svuotato.
All'aeroporto, semidisteso sulle poltrone del gate A64, in attesa del volo delle 21.55 per Venezia, accanto a me la persona più importante della mia vita che mi ha seguito per tutto il percorso prima e durante questa maratona. Questa è vera pace, questa è vera gioia.
All'aeroporto, semidisteso sulle poltrone del gate A64, in attesa del volo delle 21.55 per Venezia, accanto a me la persona più importante della mia vita che mi ha seguito per tutto il percorso prima e durante questa maratona. Questa è vera pace, questa è vera gioia.
lunedì 5 agosto 2013
Supercompensazione
A 6 settimane dalla ripresa dell'attività, le cose stanno più o meno così:
- Media di 5 uscite settimanali
- Soprattutto fondo lento, progressivi, salite
- Un test (3x5000 rec 3' da fermo) mi proietta ad un ritmo maratona di 4'30''-4'35''
- Corro la 5 miglia di Torviscosa senza cronometro, chiudendo a 3'56''/km
- 15 km a mezzogiorno l'ultima domenica di luglio con Mauro e Matteo. Belli caldi.
- Sabato scorso ulteriore test che conferma il ritmo gara impostato*
Difficoltà:
- Orario: impossibile correre decentemente dopo le 7.30 ma alle 5.30 il percorso è regno dei cani randagi
- Il circuito della vergogna mi sta venendo in odio
- Reggerò il chilometraggio? Qualche dolore all'inserzione tibiale del rotuleo destro
*anticipo la seduta al sabato perché domenica non si può.** Previsti 3x7000 a 4'10'', rec 1 km a 4'40''. Comincio il riscaldamento alle 5.16. L'aria è respirabile ma lo sanno anche i cani, che mi fanno festa. Primo 7000 in agilità, recupero 1 km in 4'35'' circa. Secondo 7000: il km 5 e 6 sono in falsopiano a salire e comincio a patire. Recupero un pelo più piano. Ultimo 7000: parto già in affanno e ai 5000 la chiudo lì, sfiancato. Media finale, compresi i recuperi: 4'18'' per un totale di 21 km in 1.30 e rotti. Sicuramente il test, per essere eseguito come si deve, richiede tenuta ai ritmi, cosa che io non ho (2 sedute a ritmo elevato nelle ultime 6 settimane, assolutamente insufficienti).
Alle 7.30 sono in doccia, alle 8.30 in macchina, alle 10 in aereo, alle 12 all'aperitivo dalla Cris, alle 17 in auto, alle 18.30 alla malga in Val Dogna.
**scaricare una seduta di 21 km a ritmo arzillo in montagna... un bell'affare. Alle 6.30 puoi essere sicuro di non quasi incrociare nessuno sui sentieri e così mi concedo il torso nudo alla Kupricka. Peccato sia solo quello. Dopo circa 1 km di forestale facile comincia il sentiero che sale a tornanti stretti stretti. Nel bosco di faggi è un piacere ed è un bene che la via non sia moto battuta, così almeno ho la scusa per fermarmi a rifiatare. Mi fa male tutto e il fiato manca anche salendo a passetti di corsa. Invece di camminare provo a correre sempre, con brevi soste quando proprio le gambe sono infuocate. Salgo, sbaglio, risalgo, risbaglio. Due passaggi difficili di crepe rocciose nelle quali l'acqua non scorre. Mi aggrappo a tutto quello che trovo. Finalmente dopo 30', e 350 mt D+, spiana. Sbaglio ancora, poi provo in un'altra direzione. "Vado avanti ancora un po' poi torno indietro". In piano riesco piacevolmente a spingere sui 4'30''. Poi di nuovo nel bosco. In fondo c'è la luce di una radura: "arrivo fin lì, se non c'è il rifugio vorrà dire che l'han spostato". E invece il Grego è ancora lì. Mi concedo 5' sotto lo spettacolo del Montasio. Tra errori e fermate sono 44 minuti di corsa. 4 km.
Riparto. Sul sentiero sbagliato. Torno indietro. Stavolta è quello giusto. Sulla strada del ritorno sbaglio solo dove il sentiero è cancellato da una frana. Giù a destra, con la coda dell'occhio, qualcuno corre nella mia direzione. Mi fermo. Si ferma anche lui. Ci studiamo per un minuto. Magro, agile, elegante. Cerbiatto. Gli parlo e lui volta le orecchie nella mia direzione. E' attento. Alla fine riparto io e lui mi lascia indietro, mostrandomi il codino bianco. Alla fine sono 75'. Polpacci cotti dalla salita, quadricipiti dalla discesa. In un certo senso, comunque, ho scaricato.
Oggi fermo. Con la scusa della supercompensazione. Supercompenso un'ora in aereo, nonostante bambini urlanti e cani latranti (anche qui!).
Tornare a casa con Laura e i bambini è come un respiro profondo di aria buona, assaporo ogni istante con loro, anche le cose faticose, la schiena che fa male per far camminare Cecilia, i mille perché di Leonardo, il poco sonno, la storia della buonanotte con gli occhi che si chiudono, l'abbraccio di Laura a fine giornata, la mia vita. Supercompensazione, appunto.
- Media di 5 uscite settimanali
- Soprattutto fondo lento, progressivi, salite
- Un test (3x5000 rec 3' da fermo) mi proietta ad un ritmo maratona di 4'30''-4'35''
- Corro la 5 miglia di Torviscosa senza cronometro, chiudendo a 3'56''/km
- 15 km a mezzogiorno l'ultima domenica di luglio con Mauro e Matteo. Belli caldi.
- Sabato scorso ulteriore test che conferma il ritmo gara impostato*
Difficoltà:
- Orario: impossibile correre decentemente dopo le 7.30 ma alle 5.30 il percorso è regno dei cani randagi
- Il circuito della vergogna mi sta venendo in odio
- Reggerò il chilometraggio? Qualche dolore all'inserzione tibiale del rotuleo destro
*anticipo la seduta al sabato perché domenica non si può.** Previsti 3x7000 a 4'10'', rec 1 km a 4'40''. Comincio il riscaldamento alle 5.16. L'aria è respirabile ma lo sanno anche i cani, che mi fanno festa. Primo 7000 in agilità, recupero 1 km in 4'35'' circa. Secondo 7000: il km 5 e 6 sono in falsopiano a salire e comincio a patire. Recupero un pelo più piano. Ultimo 7000: parto già in affanno e ai 5000 la chiudo lì, sfiancato. Media finale, compresi i recuperi: 4'18'' per un totale di 21 km in 1.30 e rotti. Sicuramente il test, per essere eseguito come si deve, richiede tenuta ai ritmi, cosa che io non ho (2 sedute a ritmo elevato nelle ultime 6 settimane, assolutamente insufficienti).
Alle 7.30 sono in doccia, alle 8.30 in macchina, alle 10 in aereo, alle 12 all'aperitivo dalla Cris, alle 17 in auto, alle 18.30 alla malga in Val Dogna.
**scaricare una seduta di 21 km a ritmo arzillo in montagna... un bell'affare. Alle 6.30 puoi essere sicuro di non quasi incrociare nessuno sui sentieri e così mi concedo il torso nudo alla Kupricka. Peccato sia solo quello. Dopo circa 1 km di forestale facile comincia il sentiero che sale a tornanti stretti stretti. Nel bosco di faggi è un piacere ed è un bene che la via non sia moto battuta, così almeno ho la scusa per fermarmi a rifiatare. Mi fa male tutto e il fiato manca anche salendo a passetti di corsa. Invece di camminare provo a correre sempre, con brevi soste quando proprio le gambe sono infuocate. Salgo, sbaglio, risalgo, risbaglio. Due passaggi difficili di crepe rocciose nelle quali l'acqua non scorre. Mi aggrappo a tutto quello che trovo. Finalmente dopo 30', e 350 mt D+, spiana. Sbaglio ancora, poi provo in un'altra direzione. "Vado avanti ancora un po' poi torno indietro". In piano riesco piacevolmente a spingere sui 4'30''. Poi di nuovo nel bosco. In fondo c'è la luce di una radura: "arrivo fin lì, se non c'è il rifugio vorrà dire che l'han spostato". E invece il Grego è ancora lì. Mi concedo 5' sotto lo spettacolo del Montasio. Tra errori e fermate sono 44 minuti di corsa. 4 km.
Riparto. Sul sentiero sbagliato. Torno indietro. Stavolta è quello giusto. Sulla strada del ritorno sbaglio solo dove il sentiero è cancellato da una frana. Giù a destra, con la coda dell'occhio, qualcuno corre nella mia direzione. Mi fermo. Si ferma anche lui. Ci studiamo per un minuto. Magro, agile, elegante. Cerbiatto. Gli parlo e lui volta le orecchie nella mia direzione. E' attento. Alla fine riparto io e lui mi lascia indietro, mostrandomi il codino bianco. Alla fine sono 75'. Polpacci cotti dalla salita, quadricipiti dalla discesa. In un certo senso, comunque, ho scaricato.
Oggi fermo. Con la scusa della supercompensazione. Supercompenso un'ora in aereo, nonostante bambini urlanti e cani latranti (anche qui!).
Tornare a casa con Laura e i bambini è come un respiro profondo di aria buona, assaporo ogni istante con loro, anche le cose faticose, la schiena che fa male per far camminare Cecilia, i mille perché di Leonardo, il poco sonno, la storia della buonanotte con gli occhi che si chiudono, l'abbraccio di Laura a fine giornata, la mia vita. Supercompensazione, appunto.
Il rifugio Grego -la meta-
Malga pian dei spadovai -partenza e arrivo-
Il percorso da malga pian dei spadovai al rifugio Grego lungo il 651.
domenica 23 giugno 2013
Maratona? Che ridere!
Che fatica trovare lo stimolo di parlare di corsa quando non si corre... nonostante le tre settimane di stop a maggio, il dolore al ginocchio è ricomparso ed il 2 giugno sono rientrato dopo il riscaldamento perché la realtà era chiarissima: il problema al ginocchio non era risolto. Quello della bandelletta è un fastidio insidioso, che non si fa sentire se non nella corsa. Quindi ci si fa prendere presto dall'ottimismo e si rischia di sottovalutare la recidiva dei sintomi anche in forma lieve.
In sostanza oggi sono tornato a correre dopo altre 3 settimane di stop. Ho perso il conto di quante volte sono ripartito quest'anno, ma questa è sicuramente la condizione peggiore in cui mi sia trovato negli ultimi 3-4 anni. Dopo un quarto d'ora di corsa ho fatto 5 allunghi facili e la frequenza cardiaca mi è balzata a livelli di stadio terminale di un test di Conconi. E' evidente che ho perso anche la condizione aerobica, quella che bisogna impegnarsi per smarrirla.
E' così. Umilmente si ricomincia. Per il primo mese non voglio sapere niente di cronometri o ritmi. Si corre solo per mettere chilometri sulle gambe. Poi, se non mi faccio male, pensiamo a Francoforte.
Intanto da oggi si eliminano gli alcolici (tranne per le speciali occasioni in cui sono con Laura), i dolci e si limita il pane e la colazione. Inoltre si ricomincia a puntare la sveglia alle 6, in vista delle sedute lunghe al mattino che richiedono levatacce ben peggiori. Mi conosco, e so che mi servono almeno tre settimane per abituarmi al cambio sveglia.
Qui a Tirana le occasioni conviviali non mancano. Per un periodo non mi facevo mai mancare la Moretti a cena e sono andato a caccia di un buon Negroni per qualche serata. Inoltre il pesce è a buon mercato ma muore in bocca se non scende insieme ad un buon bianco. Niente eccessi, ma costanza.
Questo fine settimana sono rimasto qui, e la domenica è sempre un po' malinconica. Mi ero accordato con due persone per un'escursione sul monte dietro Tirana, ma ieri sera si sono tirati indietro. Odio sentirmi dipendente dagli altri e così mi sono comunque organizzato. Il trekking non è un'attività che pratico e avevo solo una vaga idea di dove fosse questo famoso monte Dajti. Fin dall'inizio è naufragata l'idea di attaccarlo dalla base, visto che tutti quelli con cui sono riuscito a parlare stamattina (in verità pochi, visto che erano le 8 di domenica ed erano ancora tutti a letto) mi hanno detto che il monte si può salire solo in auto (?). Va detto che la propensione dell'albanese medio alle escursioni in montagna è pari alla mia propensione alla frequenza dei concerti di Gigi D'Alessio e quindi non mi stupiva il fatto che tutti mi guardassero come si guarda un demente. A quel punto ho scelto di salire in teleferica fino agli alberghi (quota circa 1200 mt) e poi cercare il sentiero per la cima (1600 mt). La ricerca è durata ben due ore e mezza. Nessun segnale nel fitto bosco di faggi che impediva qualsiasi visione della cima. La passeggiata è stata comunque molto piacevole, con la scoperta di alcuni scorci mozzafiato. Verso le 12 finalmente imbocco la strada giusta ed in 1 ora salgo i 400 metri che mi dividono dal cocuzzolo che da giù sembra essere il più alto. Che bello! In cima è installata un'enorme antenna alimentata da un generatore diesel che rovina tutta la poesia. Ridiscendo di una trentina di metri e mi siedo su alcune enormi rocce affioranti che si scorgono anche dall'ospedale a quasi 20 km di distanza. Mi godo il sole, telefono a mia moglie al mare a 1200 chilometri di distanza. Sento Matteo via SMS che definisce la Aviano Piancavallo "duretta" mentre io mi sono ammazzato a salire 400 metri camminando. Discendo con calma, sbagliando di nuovo strada (ma stavolta è solo colpa mia).
Al ristorante "balcone del Dajt" mi riempio ancora gli occhi del panorama della città sotto di me e la bocca di agnello alla griglia, insalata, patate al rosmarino e acqua naturale (totale 10 euri, eh eh eh). Ma quanto ci sarebbe stata bene una birra media fresca!
Per oggi quindi metto sulle gambe circa 3 chilometri di corsa (!) e quasi 4 ore e mezza di passeggiata. Che per cominciare non sarebbe male, ma a parlare di maratona di viene da ridere.
martedì 21 maggio 2013
Morte di un nemico?
Il periodo trascorso è stato particolarmente sofferto dal punto di vista podistico. A 4 mesi esatti dal mio arrivo a Tirana, il bilancio atletico è decisamente negativo.
Ad una prima fase di scarso allenamento che mi ha portato a perdere il buono stato di forma raggiunto con la preparazione invernale per l'amatore (Albanesi) si è avvicendata una fase di faticosa ripresa. Nonostante un'influenza come non avevo da anni (dite quello che volte, ma io l'anno prossimo mi vaccinerò come ho sempre fatto, visto che il vaccino mi ha sempre protetto, in barba ai propugnatori del virus che muta e quindi vince sempre), sono riuscito a rimettermi ancora più faticosamente in careggiata. E' stato poi il momento di una gastroenterite, di quelle con 10-12 levate notturne, che mi ha riportato di nuovo un po' indietro durante la preparazione di un 10k. Nella prima metà aprile è divenuto evidente che quel 10k non l'avrei corso per problemi di lavoro. Nonostante la rinuncia alla gara, ho continuato nella preparazione, con le andature che man mano si facevano più allegre, finché, a distanza di 3 anni, si è ripresentata una vecchia amica: la sindrome della bandelletta ileo tibiale. Siccome la conosco bene mi sono fermato subito, sperando in uno sconto di pena. Già il giorno dopo lo stop stavo bene, ma ho atteso 10 giorni per rimettermi in strada, ma niente, dopo 3 km di nuovo dolore. Altri 10 giorni di stop mi hanno restituito una certa gioia di correre senza cronometro, ma dopo una settimana e mezza di corsette di piacere, oggi mi sono rivisto con il signor ritmo medio, che mi ha dato una sberla in faccia e fatto capire che è tutto da rifare. Il 10 giugno sarò a Fagagna, rimettendo il primo pettorale dopo Venezia, ottobre 2012, senza velleità. Se riuscissi a correre 14,5 km sarei già contentissimo, ma credo di fermarmi un pelo prima.
Finito il riassunto delle puntate precedenti, vorrei fare una riflessione. Il mio allenamento sul percorso della vergogna ha ormai provocato una specie di tregua con i residenti. Ormai i ragazzini mi salutano orgogliosi e gli adolescenti più o meno mi ignorano. L'unica vera battaglia ancora in pieno svolgimento era quella col Cane Vodafone. Il Cane Vodafone è uno dei tanti meticci di taglia medio-grande, dal pelo fulvo e dall'aspetto non particolarmente elegante che infestano le strade di questo civile paese. La caratteristica che gli ha fatto meritare il nome di Vodafone è che è stato vagamente adottato dai quelli del servizio vigilanza del vicino centro di telefonia mobile. Dico vagamente perché probabilmente da loro riceveva un pezzo di pane al mese, mentre il resto del rancio se lo sudava devastando i cassonetti della spazzatura nei dintorni. Ma per quel che mi riguarda era un cane davvero speciale: infatti gli stavo indiscutibilmente e perennemente sui coglioni. Davanti all'edificio Vodafone ogni giorno passano centinaia di persone, ma solo uno si meritava il suo inseguimento e il suo ghigno bavoso: io. Sarà il correre, saranno le magliette colorate, ma insomma, potevo passare anche dall'atro lato della strada, rasente alla siepe di olenadri, che questo bastardo non esitava ad attraversare la strada tutto inarcato per mirare ai miei polpacci.
All'inizio passavo silenzioso e camminando, ma poi ho cominciato a fermarmi di scatto e fingere di affrontarlo. Nulla è servito a farlo desistere. Negli ultimi tempi mi limitavo ad urlargli contro qualche insulto. Poi è diventata una questione di orgoglio. Ovviamente all'inizio evitavo di passare di lì due volte, magari facendo il giro della vergogna nei due sensi opposti, poi ho cominciato a girare nella stessa direzione, passandogli davanti anche 2-3 volte. Negli ultimi giorni avevo preso a passare anche tre volte davanti al suo sporco muso anche se la distanza da percorrere mi avrebbe permesso di passare una sola volta nel suo territorio.
L'ultima volta che l'ho visto erano le 4.30 del mattino, mentre andavo all'aeroporto. Nel buio della prima alba, gironzolava con un altro vagabondo, spensierato, immemore dei nostri inseguimenti.
Stamattina alle 6.30, al primo passaggio, il Cane Vodafone non mi ha attaccato. Nulla di strano, anzi, spesso lo trovavo alla fine del giro, vicino ad un cassonetto. Non gli passavo mai troppo vicino quando era lontano dalla Vodafone, ma nemmeno troppo lontano, visto che sapevo che "fuori casa" era meno suscettibile. In fondo io chiedevo solo una pacifica tregua. A me la strada, a te cassonetti e marciapiedi.
Poi, lungo il tratto peggiore del circuito della vergogna, quello di solito controvento, quello con una strada dalla banchina disastrata, intravedo una grossa sagoma adagiata sul ciglio. Mi avvicino. Un rivolo di sangue esce dalla sua bocca a sporcare quei dentoni di cui andava così orgoglioso. La pancia è già gonfia, ed il pelo sporco di acqua e cemento che qualcuno civilmente ha scaricato lungo il ciglio. La somiglianza è forte, ma lo stato di cadavere ha alterato alcune caratteristiche: non c'è più la fierezza del portamento, ed il pelo non è più arruffato ma attaccato al corpo, la coda non ha più il ciuffo fulvo, ma è attaccata al terreno. Potrebbe essere il Cane Vodafone. Non mi fa pena. Non mi fermo, probabilmente non emana un buon odore (non che da vivo fosse un esempio di igiene), ma dentro di me lo saluto: sei stato un fiero nemico, ti ho detestato, ma mai ho desiderato sinceramente la tua morte e, anche se ti ho chiamato merda, o mandato affanculo o insultato pesantemente tua mamma, non ho mai pensato che, avendone la possibilità, ti avrei ucciso. Avevamo raggiunto un equilibrio io e te, in quell'odioso modo di salutarci ogni mattina e adesso mi preoccupa chi prenderà il tuo posto. Non esiste un paradiso dei podisti perché il nostro ce l'abbiamo già qui, ma ti auguro di finire in quello dei postini. Ciao Vodafone.
PS: potrei anche essermi sbagliato, e quel cadavere è magari una burla da te ideata. Se così fosse, sappi che domattina ti odierò con più forza che mai e continuerò a passarti davanti finché tu non ti arrenderai. Io non mollo, bastardo.
Ad una prima fase di scarso allenamento che mi ha portato a perdere il buono stato di forma raggiunto con la preparazione invernale per l'amatore (Albanesi) si è avvicendata una fase di faticosa ripresa. Nonostante un'influenza come non avevo da anni (dite quello che volte, ma io l'anno prossimo mi vaccinerò come ho sempre fatto, visto che il vaccino mi ha sempre protetto, in barba ai propugnatori del virus che muta e quindi vince sempre), sono riuscito a rimettermi ancora più faticosamente in careggiata. E' stato poi il momento di una gastroenterite, di quelle con 10-12 levate notturne, che mi ha riportato di nuovo un po' indietro durante la preparazione di un 10k. Nella prima metà aprile è divenuto evidente che quel 10k non l'avrei corso per problemi di lavoro. Nonostante la rinuncia alla gara, ho continuato nella preparazione, con le andature che man mano si facevano più allegre, finché, a distanza di 3 anni, si è ripresentata una vecchia amica: la sindrome della bandelletta ileo tibiale. Siccome la conosco bene mi sono fermato subito, sperando in uno sconto di pena. Già il giorno dopo lo stop stavo bene, ma ho atteso 10 giorni per rimettermi in strada, ma niente, dopo 3 km di nuovo dolore. Altri 10 giorni di stop mi hanno restituito una certa gioia di correre senza cronometro, ma dopo una settimana e mezza di corsette di piacere, oggi mi sono rivisto con il signor ritmo medio, che mi ha dato una sberla in faccia e fatto capire che è tutto da rifare. Il 10 giugno sarò a Fagagna, rimettendo il primo pettorale dopo Venezia, ottobre 2012, senza velleità. Se riuscissi a correre 14,5 km sarei già contentissimo, ma credo di fermarmi un pelo prima.
Finito il riassunto delle puntate precedenti, vorrei fare una riflessione. Il mio allenamento sul percorso della vergogna ha ormai provocato una specie di tregua con i residenti. Ormai i ragazzini mi salutano orgogliosi e gli adolescenti più o meno mi ignorano. L'unica vera battaglia ancora in pieno svolgimento era quella col Cane Vodafone. Il Cane Vodafone è uno dei tanti meticci di taglia medio-grande, dal pelo fulvo e dall'aspetto non particolarmente elegante che infestano le strade di questo civile paese. La caratteristica che gli ha fatto meritare il nome di Vodafone è che è stato vagamente adottato dai quelli del servizio vigilanza del vicino centro di telefonia mobile. Dico vagamente perché probabilmente da loro riceveva un pezzo di pane al mese, mentre il resto del rancio se lo sudava devastando i cassonetti della spazzatura nei dintorni. Ma per quel che mi riguarda era un cane davvero speciale: infatti gli stavo indiscutibilmente e perennemente sui coglioni. Davanti all'edificio Vodafone ogni giorno passano centinaia di persone, ma solo uno si meritava il suo inseguimento e il suo ghigno bavoso: io. Sarà il correre, saranno le magliette colorate, ma insomma, potevo passare anche dall'atro lato della strada, rasente alla siepe di olenadri, che questo bastardo non esitava ad attraversare la strada tutto inarcato per mirare ai miei polpacci.
All'inizio passavo silenzioso e camminando, ma poi ho cominciato a fermarmi di scatto e fingere di affrontarlo. Nulla è servito a farlo desistere. Negli ultimi tempi mi limitavo ad urlargli contro qualche insulto. Poi è diventata una questione di orgoglio. Ovviamente all'inizio evitavo di passare di lì due volte, magari facendo il giro della vergogna nei due sensi opposti, poi ho cominciato a girare nella stessa direzione, passandogli davanti anche 2-3 volte. Negli ultimi giorni avevo preso a passare anche tre volte davanti al suo sporco muso anche se la distanza da percorrere mi avrebbe permesso di passare una sola volta nel suo territorio.
L'ultima volta che l'ho visto erano le 4.30 del mattino, mentre andavo all'aeroporto. Nel buio della prima alba, gironzolava con un altro vagabondo, spensierato, immemore dei nostri inseguimenti.
Stamattina alle 6.30, al primo passaggio, il Cane Vodafone non mi ha attaccato. Nulla di strano, anzi, spesso lo trovavo alla fine del giro, vicino ad un cassonetto. Non gli passavo mai troppo vicino quando era lontano dalla Vodafone, ma nemmeno troppo lontano, visto che sapevo che "fuori casa" era meno suscettibile. In fondo io chiedevo solo una pacifica tregua. A me la strada, a te cassonetti e marciapiedi.
Poi, lungo il tratto peggiore del circuito della vergogna, quello di solito controvento, quello con una strada dalla banchina disastrata, intravedo una grossa sagoma adagiata sul ciglio. Mi avvicino. Un rivolo di sangue esce dalla sua bocca a sporcare quei dentoni di cui andava così orgoglioso. La pancia è già gonfia, ed il pelo sporco di acqua e cemento che qualcuno civilmente ha scaricato lungo il ciglio. La somiglianza è forte, ma lo stato di cadavere ha alterato alcune caratteristiche: non c'è più la fierezza del portamento, ed il pelo non è più arruffato ma attaccato al corpo, la coda non ha più il ciuffo fulvo, ma è attaccata al terreno. Potrebbe essere il Cane Vodafone. Non mi fa pena. Non mi fermo, probabilmente non emana un buon odore (non che da vivo fosse un esempio di igiene), ma dentro di me lo saluto: sei stato un fiero nemico, ti ho detestato, ma mai ho desiderato sinceramente la tua morte e, anche se ti ho chiamato merda, o mandato affanculo o insultato pesantemente tua mamma, non ho mai pensato che, avendone la possibilità, ti avrei ucciso. Avevamo raggiunto un equilibrio io e te, in quell'odioso modo di salutarci ogni mattina e adesso mi preoccupa chi prenderà il tuo posto. Non esiste un paradiso dei podisti perché il nostro ce l'abbiamo già qui, ma ti auguro di finire in quello dei postini. Ciao Vodafone.
PS: potrei anche essermi sbagliato, e quel cadavere è magari una burla da te ideata. Se così fosse, sappi che domattina ti odierò con più forza che mai e continuerò a passarti davanti finché tu non ti arrenderai. Io non mollo, bastardo.
Iscriviti a:
Post (Atom)